Il volgere dell’Inverno nelle iridi di Herny Bahus

Mi presento: Il mio nome è Verdena, e sono qui per raccontarvi una storia. Herny non mi prmetterebbe mai di raccontare, ma lui ora non c’è, ed io ho bisogno di farlo. Per ricordarlo. Per non dimenticare. Ma di cosa vi parlerò esattamente? Vi parlerò del volgere dell’inverno nelle iridi di Herny Bahus.

Feci una volta una domanda ad Herny, a cui non seguì mai una risposta. Quando glielo chiedevo, iniziava a guardarmi, con quello sguardo fin troppo profondo. Ogni volta che ti guarda, che ti osserva, è una visione del paradiso e dell’inferno. Il suo sguardo è spiagge vuote, è il freddo invernale che comincia a soffiare. Sono distese gelide che si intravedono appena, fiori appassiti che cedono al vento. Il suo sguardo è la pioggia che cade secca sull’asfalto, un manto di neve che mi occulta dal mondo. Poche volte riuscii a resistergli. Una volta, dopo che il suo sguardo mi gelò il cuore, mi disse: “Si muore sempre allo stesso modo. Come alzarsi una mattina e sentirsi vuoti. Guardare la finestra e vedere il nulla. Una brezza umida che ti squarcia la pelle, il sole che scoglie i tuoi occhi, e il fiato che vola via”. La mia domanda era: “Com’è morire per te?”. Sapevo che morisse in modo diverso dal nostro, e all’inizio non capii cosa volesse dire. Nei suoi occhi vidi l’estate nel suo termine e l’inizio di un nuovo inverno. Se questo avesse un significato, sarebbe la mia nascita; o forse la sua morte? Ma, aspettate… Pensate davvero ci sia una differenza? Ma non è questo il mio unico interrogativo. Delle troppe domande poste ad Herny, quasi nessuna ha trovato risposta. È difficile affrontare quello sguardo, e se lo è da morto, da vivo è impossibile. Solo una volta mi è capitato di incontrarlo da vivo: lo guardai negli occhi, e vidi la sua felicità, vidi Herny quando ancora era nel fiore degli anni, vidi una foresta spoglia, e un uomo, tra la neve, che guardava il cielo. Vidi quel famoso inverno della sua vita, quando Herny non era ancora stanco, e tutto questo, e molto altro, contenevano i suoi occhi. Ma io? Staccai lo sguardo, quando capii che l’uomo nella neve era già morto, e che se avessi guardato ancora, avrei visto il volgere dell’inverno, ed ebbi paura. Herny sa già che la sua vita prima o poi, a cicli continui, deve finire. Ha memoria delle sue vite passate, dell’Inferno, del Paradiso, dell’armonia spirituale, del Nirvana. E nel suo deserto freddo, ha memoria di tutto, e di tutto ha niente. Herny è stanco, Herny in fondo vuole vivere ancora, è questo, credo, che lo spinge non alla morte, ma oltre la morte. Anche se stanco, il suo sangue sgorga ancora lucido e freddo nella candida neve, e le sue vene formano i nomi di coloro che ha amato e le maschere che ha indossato. Il suo corpo è lo specchio della sua anima, gli occhi ne sono la porta. E osservandolo bene si riescono a vedere le sottili linee che discendono dai suoi occhi, quando le lacrime scavarono fiumi e formarono oceani. E se stringi lo sguardo oltre la relatività del tempo, puoi vedere Herny come era una volta, quando il rumore dei suoi passi riecheggiava per il mondo, quando ancora pioveva, fuori e dentro Herny Bahus. Sono stata io a ucciderlo. Io ho ucciso Herny Bahus. E lui, suo malgrado, ucciderà me. Che cos’è l’amore infondo, se non la più bella delle guerre?
Addio Herny, al prossimo inverno.
Tua Verdena.

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