La farfalla azzurra.

Camminava, la neve fioccava sulle sue spalle. Con un movimento distratto della mano, spostò i capelli corvini per vedere meglio. I suoi occhi cristallini brillavano di una luce nuova, li portava con sé come fossero farfalle: il suo sguardo, leggero, volava intorno alla sua elegante figura volteggiando sui dettagli del mondo metropolitano. Si morse le labbra per abitudine e riuscì a sentire il sapore del sangue, non proprio una rarità date le condizioni atmosferiche, e lo assaporò con gusto.

Svoltò da Victoria Street verso Godinson Square. Infilò una mano nella tasca interna del giubbotto di pelle e ne cacciò un pacco di sigarette; dopo aver portato una sigaretta alle labbra, avendo preso l’accendino dai suoi jeans, iniziò ad inspirare qualche ricordo amaro: la sua vita era cambiata radicalmente in quest’ultimo periodo. O meglio, radicalmente era cambiato il modo in cui i suoi occhi percepivano la sua solita vita. Si considerava una persona fortunata, nonostante tutto, poiché era il tipo di persona che preferiva fuggire da se stessa rimanendo lì dov’era: non era particolarmente legato a nessun luogo, e questo gli permetteva di sentirsi a suo agio ovunque relativamente al suo stato d’animo.

Trovava curioso come una persona della sua fermezza riuscisse ad avere uno stato d’animo così altalenante. Danzava, danzava sulle idee e sui pensieri percorrendo i sentieri della sua memoria come fossero autostrade. Dopo aver cacciato l’ultima nuvola di fumo, spense la sigaretta con la suola dei suoi anfibi; quasi si sentiva dispiaciuto a sporcare il manto di candida neve che ricopriva le strade con qualcosa di così vile come un mozzicone, ma quasi distrattamente abbandonò il pensiero trascinanto da un’altra corrente.

Continuò per Stamford Road, con i suoi occhi vitrei dritti davanti a sé: la farfalla era posata su un ramo e godeva, per un attimo, nell’occhio del ciclone. Un debole sole illuminava timidamente gli alti palazzi, il vento si era fermato, e la neve scivolava giù imperterrita. Dopo 3 piani giunse al suo appartamento, che apri senza pensarci. Inspirò con gusto l’incenso alla lavanda che aveva spento prima di uscire, e tolse il pesante giubbotto; sciolse la coda. Il suo sguardo splendente si fermò su una vecchia foto: il tempo passa inesorabilmente e soltanto i legami forti ti tengono fermo durante una tempesta.

Si lasciava trasportare come un piccolo pezzo di legno durante la piena di un fiume, la noncuranza con la quale planava la sua vita era sorprendente e, sicuramente, inadeguata al suo portamento. Le tenebre nel suo cuore illuminavano il suo sguardo di una malinconia a dir poco poetica. Tutto sommato era felice di come fossero andate le cose, “niente dolore, niente onore”.

Lo capì in quel momento: il vero cambiamento è cambiare se stessi.

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