Scendi giù.

“NON POSSO SOPPORTARTI ULTERIORMENTE!- le urlai con rabbia -ME NE VADO, PASSO LA NOTTE FUORI”.

“NON TI ASPETTO, STAI TRANQUILLO. VAI ANCHE DALLE TUE TROIE CON LA TUA DROGA, SO BADARE A ME STESSA!”

“A NON RIVEDERCI” e chiusi la porta di casa sua sbattendo. Un oggetto non ben identificato si infranse contro la porta.

“Chi cazzo se ne frega?”, pensai.

Uscito dal condominio, controllai la tasca interna del mio impermeabile. Era tutto al suo posto. Accelerai il passo e imboccai un vicolo buio. Scorsi un uomo con la schiena poggiata al muro, e continuai a tenere gli occhi bassi, con indifferenza. “Ehi- mi chiamò quando fui più vicino -hai della roba?”. Non avevo voglia di grane, e bisbigliai un “no” molto confuso. Sentii tirare il cappuccio della mia giacca scura. “Forse non hai capito- disse facendo intravedere una pistola nella fondina -ti ho chiesto se hai della roba”. Sento dei passi arrivare alle mie spalle. “Ascolta- replicai -tieni, te la regalo: questa roba mi ha dato solo problemi fin’ora, è tua!” Prese il pacchetto che gli porgevo e lo gettò per terra, alle sue spalle, rivelando un ghigno soddisfatto. Decisi che era il momento, mi staccai dalla sua presa e iniziai a correre, come mai avevo corso. Ma dopo pochi metri, la mia speranza di fuggire si infranse su due uomini dalle spalle molto larghe. Giacca di pelle, anfibi con le punte rinforzate. Mi guardai attorno, capì come sarebbe andata a finire.

“V-vi prego” balbettai con la bocca asciutta. Alzai lo sguardo, ero accerchiato da tre uomini, tutti il doppio di me. “L-lasciatemi and” le mie parole furono spezzate da  un calcio nei denti. Sentii il sapore metallico del sangue nella mia bocca e gli uomini ridere. Questa è l’ultima scena che ricordo della mia vita.

Ma ora sono un uomo nuovo. Mi svegliai in una pozza di sangue, qualche ora dopo. Albeggiava, e sentivo un peso sulla spalla. Mi girai, un corvo si era posato su di me, e beveva il mio sangue. Mi guardò negli occhi.

Entrai nel bar, pieno dei residui della notte, ancora sporco di sangue e fango. Fortunatamente erano tutti troppo poco sobri per accorgersi di me; entrai in bagno e sciacquai la faccia e le mani, mentre l’impermeabile era ormai inutilizzabile: lo gettai via. Presi dal focolare del bar del carbone, e mi ci pitturai la faccia. Ero pronto. Uscii.

1:

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Iniziai a fiutare in giro per la città. L’istinto mi portò, dal luogo della mia aggressione, in una via come tante, davanti ad una casa come tante. Mi stesi nel cortile, sotto gli occhi (alcuni schifati, altri pietosi, altri spaventati) dei passanti. Senti rumore vicino alla porta, e balzai in piedi. Lui uscii, ed io riconobbi la sua testa rasata. “Ehi cucciolone- disse beffardo -hai perso la strad” gli azzannai una gamba prima che potesse finire la frase, lui cadde a terra dolorante. Infierii ancora su quella gamba, con una rabbia ed una cattiveria che non credevo mie. “LASCIAMI ANDARE BASTARDO” urlò l’uomo. “Anche io ho pensato la stessa cosa”. La mia voce lo pietrificò; l’espressione sbalordita fu l’ultima che fece, prima che gli lacerai il viso a morsi.

2:

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Volai altissimo per la città. Allorché intravidi, uscire da un bar due amici. Neanche la decenza di lavare via il mio sangue dalle loro scarpe. Li seguii per un tratto, poi si separarono. “Devo confessarmi, era la prima volta per me”. “Ehi amico, se lo meritava quel drogato, non pensarci!”. Non appena furono lontani abbastanza, volai in picchiata verso colui che mi aveva rivolto parole fin troppo gentili, e gli staccai a beccate l’occhio destro. Lacerato dal dolore, cadde a terra cercando di afferrarmi. Tornai sul suo corpo ed inflissi una profonda ferita nella sua gola: le sue imprecazioni si strozzarono e morì così, affogato dal suo sangue.

3:

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Entrai nella cappella, e vi scorsi un uomo a pregare. “Padre- mi disse -vorrei farle una confessione”. Con la mano accennai al confessionale, e vi entrai. Un sottile vetro oscurato ci separava, con qualche foro che lasciava passare i suoni. “Padre, ho commesso una cosa orribile.” Io tacqui. Piangeva. “Ho ucciso un uomo. Un uomo che non conoscevo, a sangue freddo.” La mia mano ruppe il vetro, ed a quel punto vide la mia faccia. fino all’ora coperta dal cappuccio di una lunga tunica bianca. La sua espressione mentre lo strozzavo era così.. Inespressiva. Il suo volto, rosso di pianto, divenne bianco, poi violaceo. Non oppose resistenza.

Uscito dalla cappella, tornò il corvo, a riprendersi ciò che mi aveva dato. “Un’ultima cosa”, implorai.

Andai sotto alla suo appartamento, ed iniziai a lanciare sassolini alla sua finestra. “SCENDI GIU’ “, iniziai ad urlare. Dopo quelle che mi sembrarono ore, uscì dalla finestra, con gli occhi umidi di lacrime e pieni di speranza. Ero muto e paralizzato dall’emozione di vederla un’ultima volta. I suoi occhi incrociarono i miei più volte, ma parve non vedermi. Eppure ero lì. Chiuse la finestra, mi guardai le mani: non ero più nulla.

Lo capì in quell’istante: non valgono niente le scuse di un morto.

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