Sorrisi bianchissimi e capelli di mandorla.

Ricordo una notte d’Aprile, ricordo che era molto fredda; a dire la verità, credo di misurare le temperature di quel periodo con la scala della sconfitta. Portavo un freddo nel cuore che mi costringeva, anche a Giugno, a scaldarmi in abbracci che avrei voluto fossero tuoi. E non lo erano. Mentre il cuore era troppo pesante per farlo, la mia mente volava, planava su di te e sulla tua contagiosa felicità, sui tuoi bianchissimi sorrisi e sui tuoi capelli alla mandorla. Che non condividevi con me. Non più.

La fredda stagione calda passò, e le tue foglie iniziarono a cadere dal mio albero. Ero spoglio, ma vivo. Debole, ma deciso. E mentre la neve sporcava i miei rami, capii che non era di te che avevo bisogno. Eri balzata via dalla mia vita così in fretta, da non permettere che il vuoto nel mio cuore avesse la tua forma. E allora non facevo che riempirlo di neve. Non era più freddo, era diventato piacevole, come bere da un fresco ruscello in montagna. E come un fresco ruscello lentamente scorreva via, lasciando nel suo letto un posto. Un posto per lei.

Ora, questo è rimasto: un cuore rotto attaccato con la neve, depurato con l’acqua, e coccolato da lei. E i pianti, i sorrisi, le sconfitte, le vittorie, i dubbi, le paure… Non condividiamo più nulla di tutto ciò. Ed io, rinchiuso in questo sputo di città, ne parlo alla Luna, alla notte.

Va be’, che poi notte sei te.

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