Il cristallo nei tuoi occhi scuri

Immaginate di essere in una stanza.
Chiudete gli occhi e immaginate una stanza-tipo, con tutti gli arredi che le si addicono.
Ora cancellate tutto. Cancellate dalla vostra stanza ogni soprammobile, ogni libro, ogni quadro, ogni poster, ogni oggetto materiale.
Vi rimane una stanza vuota. Immaginatevela.
Ora cancelliamo… I colori. Respirate profondamente, lasciate che i vostri muscoli si rilassino. Immaginate questa stanza completamente bianca. Ora allargatela a dismisura. Allargatela così tanto da non poterne vedere i confini.

Era qui che mi trovavo, spalle al muro. Né morto, né vivo. Davanti a me, per quanto ci potesse essere stato, ora non vi era più nulla. Nulla.
Era tutto così puro,  così candido. In greco antico esiste(va) un modo di dire:”Παθέι μάθος“, traducibile come un “imparare a causa della sofferenza”. Avevo messo le lenti della tristezza che mi aprivano una visuale al mondo che mai, mai nella vita avevo avuto.

Ma torniamo nella nostra grande stanza. Immaginate se un muro, quello a cui siete appoggiati, diventasse di cristallo trasparente, sottilissimo. Vi voltate, nella speranza di scorgere qualcosa all’orizzonte: nulla. Il bianco domina la scena incontrastato.

Un piccolo punto nero inizia ad apparire all’orizzonte, un punto nero che lento, ma costante, avanza verso di me. Verso di noi. Si fa sempre più grande, fino a diventare una figura ben delineata.

Sapete cos’è a fare grande il bene? La scelta di esserlo. Il male è male. non ha possibilità di scelta, mentre il bene sceglie di essere bene. Vi faccio un esempio che conviene tenere a mente per dopo (e, se non vi appesantisce, per l’intera esistenza): se vi dico di pensare alla persona che può farvi stare meglio, chi vi viene in mente? Converrete con me che è proprio questa persona quella che potenzialmente potrebbe procurarvi le più grandi sofferenze.

Il momento in cui lo fa è tragico:
“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.” [Catullo]
La odio e l’amo. Forse ti chiederai perché lo faccia.
Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.

Mi tormento. Ho vissuto come un pendolo che si muove di moto armonico tra l’amore e l’odio per così tanto tempo da non riuscire più a vedere le due cose separatamente; tra un Catullo ed un altro il punto era dietro alle mie spalle, separato da me solo da quel sottilissimo muro di cristallo. Mi alzo, tenendo lo sguardo puntato verso il basso. Non ho bisogno di guardarti per capire che sei tu. Mi volto, con gli occhi chiusi. Appoggio la mano sul freddo cristallo, laddove so che ci farai corrispondere la tua. Sento il calore del tuo corpo attraversare il muro e scaldarmi il palmo. Appoggio la fronte sul muro, ormai tiepido, laddove so che ci farai corrispondere la tua. Sento il tepore, mi sento protretto. Mi sento bene.

Apro gli occhi.
Vedo i tuoi grandissimi occhi nocciola che fissano i miei. Sento quel vuoto dentro, quello da grande occasione andata male. La tua luce fa brillare il cristallo, meravigliosamente riflesso dalla tua pelle chiara.
Vorrei abbracciarti, stringerti forte al mio petto per farti sentire al sicuro. Per sentirmi al sicuro.

Il vetro scompare. Siamo io e te, di fronte. Fermi.
L’imbarazzo della prima volta l’abbiamo eroicamente già superato da un pezzo, dunque? Faccio un passo verso di te, ma resti dove sei. Impassibile. Ti tendo una mano che so non accoglierai. Chiudo gli occhi, ti abbraccio.
Ma le mia braccia cadono. Apro gli occhi e non ci sei più.

Sei scomparsa

…di nuovo.

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