Incontro al tramonto

Capita spesso di chiedersi retoricamente perché qualcosa sia accaduta. La retorica è nel sapere che la colpa è tutta nostra, oppure nella rassegnazione di un evento accaduto indipendente dalla nostra volontà e quindi, come direbbe Schopenhauer, dalle nostre azioni; oppure,  retorica peggiore di tutti, nel sapere di non poter mai sapere. Accade spesso, solo che invece che sentirci un po’ Socrate, ci sentiamo tutti un po’ più coglioni.

Il tempo prende e il tempo dà, dice Guccini. Le due cose vanno di pari passo, dal momento che le cose da amare, nel loro epilogo, sono sempre le più amare (perdonate il gioco di parole). Tante persone sono passate nei miei due decenni scarsi di vita, tante sono andate via, qualcuna andrà via tra non molto, qualcuna ci è rimasta. Quale ci rimarrà per sempre?

Mi piace pensare all’ultima volta che ci siamo visti. Siamo come una zanzara e un elefante: tu sei sempre scattante, ti muovi dappertutto e sempre in direzioni diverse, io invece sono lento e costante. È impossibile spiegare razionalmente il legame che ci unisce, e certamente la razionalità in questo rapporto non ha mai avuto spazio.

Il cielo sarebbe stato azzurro ancora per poco, ed il chiarore quasi pallido di quel cielo non bastava a rischiarare il tuo sguardo cupo. Un abbraccio, risentire il profumo dei tuoi capelli dopo tanto tempo. Avevamo parcheggiato lontano, e ci scrivevamo: “Dove sei?”. Questa è la metafora della nostra storia, partivamo da due poli opposti e usavamo le nostre forze per riavvicinarci.

Avevamo tante cose da dirci, ma io non riuscivo quasi a parlare. Penso che ognuno di noi abbia il diritto di pronunciare parole importanti davanti al mare. L’odore del sale, la calma, il silenzio interrotto sempre e solo da un dolce fruscìo rendono l’ambiente così poetico, che qualunque cosa venga detta non può che sembrare bellissima. Non so se fosse il mare o se fosse il tuo aspetto, quasi immutato negli anni, a dare a quelle parole un tono così caldo. Mentre mi parlavi io guardavo il mare, e poi guardavo te, di nascosto mentre ti sistemavi i capelli o i lacci delle scarpe, come fanno i bambini. Bambini, a pensarci eravamo poco di più che bambini quando ci sfiorammo la prima volta, ed ora siamo ancora qui, ancora distanti, ancora disillusi. Con tante risposte, ma alle domande sbagliate.

Il cielo tutto ad un tratto si macchiò di viola, il sole andava via lentamente lasciando una dolcezza leggera e malinconica.
Come hai fatto anche tu

Cara amica, il tempo prende e il tempo dà.

Noi corriamo sempre in una direzione,

ma qual sia e che senso abbia chi lo sa!

Restano i sogni senza tempo,

le impressioni di un momento,

le luci nel buio di case intraviste da un treno.

Siamo qualcosa che non resta,

frasi vuote nella testa.

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