Old school

Come un martello, due martelli, dieci martelli, cento martelli che battono su una gigante incudine; così il batterista, senza sosta, si dimenava tra piatti e tamburi. I suoi piedi emulavano una mitragliatrice sulla doppia cassa, le sue mani danzavano il più difficile dei valzer tra i tamburi. I piatti accompagnavano e chiudevano ogni battuta, in un beat da spaccarsi le ossa.

Le chitarre erano due. Come due aquile amanti, volteggiavano insieme, leggere. Scendevano in picchiata per poi risalire planando, sfruttando il vento. Le loro traiettorie si intrecciavano, procedevano insieme. Si lasciavano indietro, andavano avanti e si riprendevano con la consapevolezza che non sarebbero mai state sole. La sicurezza di un rapporto non faceva temere alle due una caduta. Si nutrivano di distorsioni: come una piacevole tenaglia che si attorciglia alle vene e fa scorrere il sangue più velocemente, premevano quel pedale con la lussuria di due amanti professionisti alla loro prima volta insieme, con la consapevolezza delle loro capacità e la voglia di dimostrare, prima a se stessi che agli altri, cosa siano in grado di compiere. Capita che due persone, dopo aver passato tanto tempo insieme si capiscano con uno sguardo. Non era decisamente il loro caso, non avevano alcun bisogno della vista per capirsi.

Il basso manteneva un profilo più… Basso. I suoi capelli lunghi coprivano la testa abbassata, che alzava solo per prendere una boccata d’aria e nutrirsi della gente sotto al palco o urlare qualcosa, in balìa dell’adrenalina. Come un ponte, univa la parte ritmica e la parte melodica della band, riprendendo il giro armonico delle chitarre ed adattandolo alle forti movenze della batteria. La mano sinistra, quasi con un’ossimorica dolcezza si muoveva tra le corde accarezzandole con precisione chirurgica; la mano destra si esprimeva in un pizzicato da tarantolato, pizzicando e battendo le corde con la tranquillità di un sadico macellaio. La bocca restava socchiusa lasciando vedere gli incisivi mordere le labbra. Come una provocazione, come un invito. Muoveva la testa su e giù come un pendolo, al ritmo delle sue corde, al ritmo che dava al battito cardiaco di chi era giù.

Come un velo dorato su questo perfetto meccanismo d’industria pesante, si stendeva una voce femminile. La dolcezza del suo canto accompagnava il pubblico nel viaggio della loro musica, come un Virgilio dantesco che illumina un oscuro percorso. La voce di un angelo sosteneva, lubrificava e faceva rendere al meglio quel motore di metallo, che non si stancava mai di aspirare, comprimere, esplodere e scaricare.

Tutto scorreva in armonia, come una macchina sportiva che sotto a un aspetto di curve armoniche, nasconde una potenza impensabile che alterna in sterzate, accelerazioni, frenate.

Come ognuna delle cose più belle della vita, non era destinata a durare: i fiori, l’amore, la vita stessa. Non è la fugacità caratteristica principale della bellezza?

Io vi saluto di cuore
numerini sul web
La mia scuola è più vecchia
sia del pop che del rap
Dal vinile rigato
fino all’MP3
Solo vita vissuta e niente Talent per fake
Dalle prove in cantina
ad occupare la radio
Dagli applausi dei pochi
fino ai cori da stadio
Questo è il mondo reale,
ma non fa per te


Sconto la mia condanna in un paese per vecchi
rancoroso, saccente in fondo privo di specchi
questo è un gioco viziato
per facce di bronzo
Mentre tu sul cellulare fai le pose da stronzo
Ora tutto è cambiato
si governa coi selfie
Io vi scrivo distratto dalla terra degli elfi
Se questo è il mondo reale,
non fa per me

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