Una storia inventata

Cosa c’è tra noi? Forse, niente. Ti ho vista oggi, mentre uscivo dall’ennesimo locale, dopo l’ennesimo Vodka lemon.

Al solito, il nostro è stato un fulmineo scambio di sguardi, troppo lungo per accorgersi della reciproca presenza, troppo breve per raccogliere il coraggio di salutarsi. Eri in dolce compagnia, lo ero anche io.

Provo un sentimento, nei tuoi confronti, molto sottile. Mi piace guardarti ballare, mi piace osservarti quando inarchi le labbra e alzi le pupille al cielo. Nonostante questo, non vorrei avere una storia con te. Non c’è mai stata, non ci sarà mai.

A essere del tutto sincero, non riesco a capire neanche cosa sia di te ad attirarmi. Non apprezzo il modo in cui usi il tuo aspetto fisico (apprezzabile, indiscutibilmente) per ottenere ciò che vuoi, non apprezzo lo strano modo che hai di venderti al miglior offerente.

So, tutta via, che nell’attimo in cui i nostri sguardi si sfiorano, nell’intimità del nostro nulla, sei molto, molto di più. Riesco a vederlo nei tuoi occhi verdi, lungo la tua pelle pallida, attraverso la spalla e la clavicola lasciate scoperte (davvero un colpo basso) da quel tuo strano vestito.

Da parte tua, cosa c’è esattamente? Ho studiato per tanto tempo il tuo modo di porti nei miei confronti, senza mai riuscire a carpire informazioni coerenti. Dal rispetto, all’ammirazione, all’indifferenza, alla pura attrazione fisica, le impressioni che mi dai cambiano in fretta come la luce del cielo al tramonto: in modo lento, costante e graduale.

A cosa porterà la nostra reciproca, falsa, indifferenza? Può essere che io e te non avremo mai la nostra notte di conoscenza. Può essere che mai io e te avremo un’intimità al di là di qualche sguardo rubato tra i bar della provincia leccese. Può essere che tutto ciò che esiste tra i miei e i tuoi occhi resti sempre e solo una storia inventata.

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Anonimo

Da un po’ di tempo ho un sogno ricorrente: ci siamo io e te in una casa. Detto così può farci paura, ma partiamo dall’inizio.

In un anonimo appartamento di un anonimo condominio, con un’anonima (ma piacevole) vista su un piccolo parco per bambini, ci siamo io e te.

Hai presente quando da piccoli ci costringevano a fare qualcosa per cui non avevamo il coraggio, ma che desideravamo fare? Quella sensazione di paura mista a eccitazione e felicità? Ecco, è ciò che provo ogni notte. Ci sono io che apro questa lucida porta verde con gli occhi chiusi ed entro nell’appartamento socchiudendoli lentamente, per scoprirti ad aspettarmi seduta su un (anonimo) divano verde.

Sorridi, che bel sorriso che hai. Ma io qua non volevo venirci. Mi ero promesso di non farlo, ma appena i nostri occhi si incrociano non riesco a non accennarti un sorriso, il più sincero della mia vita.

“Dovete convivere per qualche giorno. Non possiamo dirvi con sicurezza quanti. Non potete decidere di non farlo, la scelta non vi compete.”: Diceva più o meno così il messaggio che mi era stato recapitato. E così, senza sapere perché, mi ritrovo a dover convivere proprio con te.

Mi fa piacere vederti? Sì, certo. Lo avrei voluto? Non lo so. Me lo chiedo spesso: “è possibile non volere qualcosa che ci rende felici?”, non riesco mai a rispondermi. O meglio, ci riesco, ma non è mai la risposta che vorrei darmi.

Spontaneamente ti raggiungo sul divano, ti prendo la mano e passiamo del tempo così. Uno di fronte all’altra, stringendoci una sola mano e guardandoci negli occhi, con un sorriso, senza aprire la bocca.

E poi, le domande con cui mi sveglio sono sempre le stesse: Chi mai sarebbe interessato a costringerci a vivere insieme per “qualche giorno”?Chi di noi cucinerà e chi laverà i piatti? Dormiremo nella stessa stanza, nello stesso letto, o in due stanze separate? Riuscirò mai ad affrontare il tuo sguardo senza sorriderti?

Cambio direzione

Voglio approfittare di questo momento, in cui dormi, per sussurrarti qualcosa che forse non dovrei dirti.

Non voglio tirarla per lunghe, anche se so che andrà a finire così, quindi te lo dico nel modo più semplice possibile: mi piaci.

Ho passato tanto tempo, davvero tanto, a pensare se fosse giusto dirti una cosa del genere, per vari motivi. Sono arrivato alla conclusione che, sì, è giusto tu lo sappia e sì, è giusto io lo dica; mi dispiace, mi dispiace davvero tanto non aver avuto la scaltrezza di capirlo prima (ma tutto questo mi ha portato via tanti pensieri e l’idea di continuare a pensarci fino alla fine dell’estate mi dà un senso di incompiuto che non mi piace), quindi sono costretto a scriverti un misero messaggio e non posso dirti tutte queste cose a voce come converrebbe.

Non sentirti in dovere di nulla nei miei confronti, non lo sei. In queste poche settimane in cui ci siamo visti e sentiti ho scoperto una persona, che così simile a me non pensavo di poter mai trovare, soprattutto nel contesto in cui ci siamo “scontrati”.

Insomma, per tornare al punto centrale del discorso, mi piaci. Mi piaci e vorrei passare più tempo con te di quanto abbiamo fatto finora.

Scusami, buonanotte.

Un’altra noiosa nota autobiografica

Sono esattamente le 4:04 di notte (mattina?); sono in viaggio da più di cinque ore e quasi altrettante me ne aspettano. Non riesco a prendere sonno e penso che forse sto entrando in qualcosa più grande di me, ma non riesco ad avere paura.

Non ho mai avuto paura di provare qualcosa, ma mi rendo conto solo recentemente di quanto questo sia insolito nelle persone. Cosa troverò questa volta dall’altra parte?

Nella mia esperienza, “dall’altra parte” ho imparato ad accettare qualunque cosa, dalla sociopatia all’eccessiva iniziativa, cercando di stare nel centro e bilanciare di volta in volta. Rimpiango le situazioni in cui il cuore aveva bisogno di così tanto sangue da lasciare il cervello un po’ più all’asciutto e concedermi il lusso di agire senza pensare: un abbraccio, un bacio e ci si metteva alle spalle qualcosa che alle spalle ci sarebbe dovuto restare per molto altro tempo ancora.

Spero di poterti dare un bacio tra poco. Poi, ti canterò qualcosa dei Baustelle.

Di battaglie perse ben lontano dall’artiglieria,
di proiettili sparati al cielo,
di parole scritte ad un destinatario andato via
prima di averle ricevute

La mia estate

La mia estate è quell’anonimo periodo dell’anno che va dalla fine della scuola all’inizio delle vacanze. Quella terra di nessuno tra Giugno e Luglio, in cui ho ancora il tempo di recuperare pezzi di vita lasciati indietro e attaccarli al loro posto, medicando me stesso.

La mia estate è il vento freddo in scooter mentre torno da mare, la notte passata con la finestra aperta e sotto le coperte.

La mia estate sono i lunghi capelli inumiditi dalla pioggia e bagnati dal mare, le scarpe da ginnastica piene di sabbia, i tiri scalzi a un pallone freddo, un acchiappasogni che si muove al vento.

La mia estate è la partita di calcetto che si gioca sotto le nuvole, la luce fioca di una lampadina appena spenta, la luce che non ti sveglia al mattino.

La mia estate non è un cuore che batte forte, che spicca salti e fa acrobazie. La mia estate è un cuore avvolto nel velluto, così fragile da non poter essere toccato, cullato dal battito, dolce, di qualcuno più dolce di me.

Come i miei gatti

Ma se fossi come i miei gatti che dormono sulla poltrona

sarei sicuro che non c’è altro e che è questa l’unica vita buona

e farei le fusa anch’io per una carezza o per il fegato scottato

e sarei felice trovando un bel posto dove rannicchiarmi

e poi chinare il capo

[Tiziano Sclavi]

Alto livello

Sono una di quelle noiosissime persone che passano le giornate a pensare. Ricordare, sognare, immaginare… Pensare. Ho preso da piccolo questo vizio e non riesco a togliermelo, tanto che pianifico ogni mossa nei dettagli, qualora ci sia una decisione importante da prendere. Ciò, a dire il vero, non succede spesso e ciò porta i miei sforzi a essere solo allenamento.

Recentemente mi è capitata una cosa, non rara, ma sicuramente insolita per una persona come me. Mi è capitato di innamorarmi. Così, tra un drink e un altro, non sono fisicamente di guardare i tuoi occhi senza sorridere dell’esistenza di qualcosa di così puro ed espressivo. Non riesco a guardare il tuo collo e le tue mani senza pensare che vorrei solo stringerti piano a me per sentire il tuo battito e coordinarci il mio respiro.

Ma tutto questo, non so se dirtelo. Non so se sia giusto, nei tuoi confronti, fartelo sapere. Questo stesso messaggio, in realtà, è un’ammissione. Quando prendi il tuo cuore in mano per analizzare le sue pulsioni e annotarle su un foglio bianco, non può che uscire qualcosa di sincero. Sicuramente doloroso, ma sincero.

E mi trovo qui, da solo, a pensare. Senza sapere cosa fare, senza avere un quadro della situazione. Senza sapere cosa stia succedendo nella mia testa. Ti dico solo che vorrei camminare tenendoti per mano, che vorrei poter sfiorare con le labbta i tuoi alti zigomi, che vorrei sussurrarti di andare a letto insieme anche solo per dormire l’uno accanto all’altra, rinviare la sveglia dieci volte e, avvicinando la mia testa alla tua, riuscire a rubare un po’ del profumo dai tuoi capelli.

Trovo interessantemente ironico che i tuoi occhi abbiano lo stesso strano colore dei miei. È bello vederci entrambi guardandoli e sapere che stai vedendo la stessa cosa.

Questo messaggio non te lo invierò. Ma la prossima volta che ti vedrò, ti abbraccerò come fosse la prima o l’ultima volta.