Ho perso ancora l’ultima corsa.

Cammino da solo seguendo i binari del 19. Anche oggi non sono tornato via in tempo per l’ultima corsa e devo farmi a piedi la strada fino a casa. Qualcuno cammina, qualcuno è fermo, qualcuno aspetta chissà cosa, qualcuno già dorme e neanche mi tiene compagnia mentre torno a casa.

Il vento mi fa sbattere i capelli in faccia, le scarpe fanno la doccia in una pozzanghera, il giubbotto di pelle lo ricordo sempre più caldo di quanto non lo sia in realtà. Cuffie nelle orecchie, overdrive nella testa, mani in tasca.
Nihil sub solem novi, direbbe qualcuno.

Ogni tanto sento l’odore del tuo shampoo in giro. Mi ricorda il mare, le tue costole a pelle nuda, gli amari e i baci sul collo. È strano sentirlo solitamente, ma ora che sono solo è confortante. È confortante sentire qualcosa di familiare quando attorno a te di familiare non c’è nulla, per quanto negativo possa essere il suo significato.

Ho freddo e i binari del 19 proseguono oltre il fiume. Quando ho freddo metto le mani in tasca, alzo sempre le spalle e cammino guardando in basso: non ha alcun senso, è la mia “posizione del freddo”. Un giorno mi sono accorto che facevo queste cose, in quest’ordine, e non ho mai fatto nulla per cambiare. Perché avrei dovuto? Perché deve tutto avere un senso?

La verità è che spesso in nome di idoli della nostalgia non siamo in grado di vedere ciò che abbiamo davanti con chiarezza. Se la luce si fulmina non riusciamo mai ad apprezzare il sole che entra dalla finestra, questo perché l’uomo di quest’epoca è terribilmente viziato: la tecnologia ci ha semplificato la vita banalizzando ciò che prima era speciale, e che proprio per questo motivo speciale ci è rimasto: nessuno si scalda più col fuoco, nessuno si fa il bagno al lago, nessuno per capire l’ora alza la testa al sole. Il problema è che ora siamo tutti così abituati ad avere semplicemente ciò che ci piace, che impegnarsi minimamente sembra un’impresa titanica. I miei nonni, a tal proposito, mi hanno sempre raccontato la loro infanzia: la mia nonna materna era una contadina; forse per legame di sangue, forse perché sento un legame molto forte con l’elemento della terra in generale, rapporto sempre la difficoltà delle mie esperienze con quella delle sue alla stessa età, e la mia vita a quel punto mi sembra un po’ più semplice. Sono fortunato (e bene o male lo siamo tutti) ad avere la possibilità di studiare, viaggiare, poter parlare con chiunque da qualunque parte del mondo e a non avere la schiena rotta a 50 anni e restare sconfinati per sempre in una provincia del sud, eppure ogni cosa che hanno fatto è stata per dar da mangiare ai nostri genitori. Spero che i miei nipoti nutrano per me almeno metà della mia ammirazione nei confronti dei miei nonni, e io spero di poter dare loro almeno la metà degli insegnamenti che i miei nonni hanno dato a me.
Cambiano le canzoni nelle cuffie e cambia il mio modo di vedere la vita. Cinismo, nostalgia, aggressività, empatia. Non riesco a capire se ho giocato dall’inizio con una pessima mano o se non ho saputo giocare i miei assi. Nel poker il buon giocatore vince anche con 7 e 2, si dice. Io a poker gioco male, ma nella vita con 7 e 2 ci ho anche vinto ogni tanto. Ma la vita non ti rivela le tue carte: ti dà delle carte coperte, a te non resta che puntare e sperare vada bene, il fold non è ammesso. Chi folda nella vita è perduto ed è per questo che cerco sempre di giocare al meglio le mie carte: se perderò non avrò mai nulla da rimpiangermi.

I binari del 19 sono arrivati dove le nostre strade si dividono. Sapere che hai condiviso la mia camminata mi ha tenuto compagnia fino ad ora, quindi ti ringrazio, chiunque tu sia.

Ma quanto è bello rompere la quarta parete?


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Fiori di Stoccolma: ti vedo solo con gli occhi chiusi

Nel dormiveglia ti vedo chiaramente. Ogni volta che ti guardo mi ricordi Stoccolma: sei fredda, sei triste, ma bella, quanto sei bella?

Se nell’aria serpeggia il tuo profumo mi sento come l’aereo in una nuvola: sei così soffice al tatto che non oso toccarti, solo sfiorare i nembi del tuo piacere.

Non lo sai che se suono con te accanto è solo per fare la tua preferita? Quella che neanche mi piace, ma tu poi sorridi e quando vedo quel sorriso, sorrido; anche se non è per me.

Anche tu mi vedi e non parli più, non parliamo più.
Forse, meglio così.
Posso dirti molto più con un silenzio che con queste parole che non sono per te, che non sono per me, ma sono e basta.

(Anche se la mia strategia di comunicazione preferita con te restano le immagini stupide e tutti i baci che non ti ho mai dato.)

Wild

Essere pienamente umani significa essere selvaggi. Selvagge sono le attrazioni strane e la saggezza sussurrante. È la gomitata debole e il forte dolore. È la tua verità, tramandata dagli antichi, e il vero scorrere della vita nel tuo sangue. È selvaggia l’anima, dove risiedono la passione e la creatività, il battito del tuo cuore.
Ciò che è selvaggio è reale, ciò che è selvaggio è la tua casa.

[Victoria Erickson]

Il mare

Stanotte ti ho sognato.

Mi succede raramente di fare bei sogni, più raramente ancora di ricordarli. Sarà perché di tutto quello che è successo ieri sera non ricordo nulla, sarà perché non riesco a capire se mi fa più male la testa o il fegato, sarà perché mi sono svegliato su un divano che non è il mio e non ho idea di come sia finito qua.

Eravamo al mare, insieme, ma come fosse la prima volta che lo eravamo. Timidezza, insicurezza, imbarazzo condivano i nostri sguardi affamati. Io ammiravo il tuo corpo mentre ti svestivi, tu non facevi nulla per nascondere che ti piacesse.
Nel mare, un bacio.
Un altro e un altro ancora.
Le nostre labbra umide si univano e scivolavano via, l’acqua salata faceva la tua bocca un po’ più dolce.

Ma stamattina non ci sei. Tu sei al mare, io in invece sono in montagna.
Vieni presto? Ho bisogno di te.
Affido un bacio al vento che ti accarezzerà.

Una poesia d’amore per Ladyhawke

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
e il commento dice
due imbecilli

[M. Mari – Cento poesie d’amore a Ladyhawke]

Apologia di Settembre

È di Settembre la prima pioggia dell’anno. Ed è la più bella, perché ti sorprende mentre sei al mare, mentre balli con i piedi scalzi.
È la più bella perché ti sorprende guardare fuori dalla finestra, con le gocce riflesse sul viso, ombrate dal pallore di un timido sole che brilla troppo lontano.

È di Settembre il primo lunedì dell’anno. Quello in cui si torna a scuola, in università o al lavoro dopo le ferie. Il primo giorno dopo l’estate, quello in cui devi svegliarti presto e fare colazione in fretta perché sei in ritardo. Quello che, non si sa come, è sempre il giorno più lungo dell’anno: arriva troppo presto e non finisce mai.

È di Settembre l’inizio di un nuovo anno. L’inizio di nuove avventare, l’inizio di un nuovo ciclo, perché è a Settembre che si pianta ogni seme che raccoglieremo, protetto e riscaldato dal manto agreste di foglie secche dell’anno appena passato.

È di Settembre la tranquillità, gli animi che si placano e si cullano nei caldi colori di un’estate appassita, di un autunno che più che ruggire ci fa le fusa. È a Settembre che si chiudono storie, capitoli, romanzi e intere saghe e ne iniziano di nuovi, forse meno felici, forse meno belli, ma sicuramente scritti meglio.

È a Settembre che per me inizia il nuovo anno, la prima foglia rossa nel mio giardino è il mio primo brindisi a un nuovo ciclo, in cui i resti di un anno essiccato dall’estate nutrono la terra, che inizia a diventare fresca, della nostra vita.

Settembre è l’amico che dopo una cazzata mi consola e ride con me,
Settembre è la lezione che ho imparato da un errore,
Settembre è la ragazza accanto a cui voglio svegliarmi ogni mattina.

Abbracciate Settembre.